In viaggio con Kapuścinski

 

Ogni ricordo é il presente

NOVALIS

Ho vissuto sei anni in viaggio. Sono partito a 37 anni nel 2010 da Vicenza. Ho viaggiato in bici, niente alberghi ne ristoranti: non avevo i soldi per tanto. Una gran fortuna quella di viaggiare in povertà, non mi mancava nulla, e quello di cui veramente avevo bisogno era li ad aspettarmi: le persone.Non che mi dispiacesse  star da solo. La bici ti regala momenti di scorrevole introspezione; non uso cuffie per ascoltare la musica , mi piace sentire il presente: il scivolar cella catena, il cigolio del portapacchi carico, il soffiare del vento che accompagna il canto del gallo fin dentro i muscoli tesi nello sforzo. Mi piace capire l’influenza della realtà nel respiro, nel battito del mio cuore fin dentro ai pensieri.

Sono un privilegiato, uno di quelli che hanno realizzato il sogno di quando erano bambini. Non che sia stato facile tornar fanciullo per ricordarselo, scrollarsi di dosso il vecchio alza un sacco di polverose paure. Tant’è  che ora, il 6 novembre sono qui in Calabria a scrivere. Sono qui con Sylvie. La  casa che ci ospita è una villetta a schiera  per le vacanze a 400 metri dal mare; Fiumefreddo, il borgo medioevale, è arroccato 400 metri sopa le nostre teste, ed i resti del castello della valle troneggiano sul mar Tirreno.

Sono seduto nel piccolo giardino immerso nella lettura del libro “In viaggio con Erodoto” del reporter polacco Kapuścinski, mi godo il paesaggio e la ritrovata possibilità di esplorare il mondo con gli occhi altrui.

“[…]Accadeva nei momenti in cui mi sentivo stanco del presente. Tutto si ripeteva all’infinito. In politica i giochi sporchi, sotterfugi e menzogne. Nella vida quotidiana miseria e disperazione. […] Allo stesso modo che una volta avevo desiderato varcare le frontiere dello spazio, adesso mi affascinava varcare le frontiere del tempo.” Kapuścinski legge le storie di Erodoto per comprendere se stesso, sa del comune bisogno di varcare le frontiere,  lo studiava, lo visualizza gli diviene amico. Lo usava come diversivo per fuggire al presente del provincialismo, non solo a quello spaziale ma a quello nuovo, più sottile del tempo. lo conosce bene anche se a separare i due viaggiatori ci sono più di 2500 anni. Lo ritiene il capostipite della sua professione, un reporter e come tale lo evoca, lo cita per farci comprendere la realtà del presente. Io anche se lo conosco da poco faro lo stesso con lui.

In questa casa tre anni fa  ho conosciuto Alessandro, un meraviglioso regalo della strada: un amico. In quel periodo stavo pedalando l’ultimo tratto di costa che mi mancava per completare quella Italiana, quello che da Reggio Calabria porta a Roma. Ero reduce dal tentativo di tornare ad una vita stanziale o, perlomeno da quello di trovarmi una base. La malattia del viaggio si era di già impossessata di me; quella spasmodica, irrequieta sofferenza dello stare fermi mi prendeva dopo poche settimane di vita sedentaria: mi ero inselvatichito. Non che fossi divenuto rozzo od associale, tutt’altro, ero nel pieno della mia libertà e come un campo incolto colmo di vitale diversità.

Ma come era venuta, a Erodoto, quella passione,” si domanda Kapuścinski,  “Forse era cominciata da una di quelle domande che fanno i bambini: da dove arrivano le navi? […] Quella linea lontana sembra la fine del mondo: possibile che dietro di essa ci sia un altro mondo e, dietro, un altro ancora? E di che mondi si tratta?”

Ale  aveva risposto positivamente alla richiesta d’ospitalità che gli avevo inviato attraverso il network couchsurfing.Pure lui un viaggiatore, da poco tornato da Tampa in Florida dove aveva partecipato ad un trainig di yoga . Un ragazzone di trentanni alto con un gran sorriso ed un energia coinvolgente; fu un esplosione d’empatia e la notte che avrei dovuto passare a Fiumefreddo si protrasse per qualche giorno.Ancora non lo sapevo ma quell’incontro da lì a poco avrebbe cambiato la mia vita. In quella prima occasione non avevo fatto attenzione allo storico borgo sopra le nostre teste.

Qualche giorno fa con Paolino, un amico vicentino affetto dalla stessa sindrome del viandante, siamo saliti al villaggio. Era di ritorno da un pellegrinaggio. Partito da Roma, aveva camminato attraverso là francigena del sud e raggiunta S. Maria di Leuca, vista la vicinanza, aveva deciso di passare qualche giorno a trovarci qui in Calabria.

Io e Sylvie siamo arrivati qui al sud da più di un mese. Dopo il viaggio in Africa entrambi eravamo tornati nelle rispettive case, in quella dei nostri genitori, io nel Veneto e lei in Bretagna. Il tempo di fare una camminata in montagna con gli amici e dopo un paio di settimane, con la bici carica, ero di nuovo sulla strada: direzione monte Amiata, Grosseto in compagnia dell’amico Abo. Ci lessiamo in compagnia di Sara nelle bianche vasche calcaree dei bagni di S.Filippo; una cena nel podere di Matteo ed Elisa; una visita a Castel del Piano intenta a preparare il palio e via ancora pedalando verso la Bretagna. Per un po ancora solo, con il vecchio lusso di passare qualche notte a dormire sulle panchine.

La vecchia mulattiera che porta all’abitato di Fiumefreddo si inerpica per una lunghezza di 800 metri, da 0 a 300 metri sul livello del mare, una bella pendenza che cerchiamo d’affrontare con le bici. Iniziano i gradini e proseguiamo spingendo. Una brulla vegetazione mediterranea  si arrampica sulle pendici del monte: fichi d’india, grandi aloe, rovi , assenzio, malva, capperi fanno da cornice ad una costellazione di antiche case abbandonate ed irraggiungibili contrade diroccate. Sulla destra splende il mare ed in lontananza, sulla linea dell’orizzonte si intravede la grande piramide dell’isola della Ginostra; sopra la nostra testa cominciano a delinearsi le linee architettoniche delle antiche case in pietra e sulla destra i resti del castello.Ci godiamo il paesaggio. Io e Paolino in verità non ci conosciamo molto, questa è la terza volta che ci incontriamo e le altre due sono state poco più di veloci presentazioni. Siamo due viaggiatori e questo basta. Ha la Barba incolta, capelli lunghi ma curati,  il marsupio con l’effige del cammino di Santiago e la sera scrive sul suo taccuino. E’ stato lui a suggerirmi di leggere il libro di Kapuścinski, ed ora in questa esplorazione mi sembra di essere in  loro compagnia, mi sembra di vederli li accanto a noi: il reporter polacco ed il greco Erodoto.

“Il mito si mescola alla realtà, le leggende ai fatti. Erodoto cerca di tener separati i due ordini di cose senza trascurare nessuno dei due, ma senza stabilire gerarchie. Sa quanto il  modo di pensare e le decisioni di un uomo dipendono dal mondo degli spiriti, sogni, paure e premonizioni che lo abitano. Sa che una visione apparsa in sogno a un re puo decidere il destino di uno stato e di milioni di sudditi.”  

Riprendiamo le bici ed esploriamo le strette stradine in ciottolato. Varie piazzette circondate da storiche dimore si susseguono, gli anziani giocano a carte, un paio di cani randagi girovagano, l’immancabile colonia felina si riscalda al sole e nel tre piedi  fuori dall’edicola i titolo del giornale da il countdown alle elezioni Americane. Giungiamo al castello. Ottocento anni di storia sovrastano ad est la sottile piana dei lidi, dove, dopo lo spopolamento del borgo, sono stati costruiti i nuovi ed insipidi agglomerati urbani. Seduti al caldo sole di fine ottobre ci ristoriamo mangiando un panino e sorseggiando a turno una birra gelata. Un anziano, alla giuda di una decrepita FIAT uno si ferma a pochi metri. Aiutato dal suo bastone scende, si trascina e, prima di arrivare alla balaustra del belvedere ci saluta. “Sono venuto a vedere se gli operai stanno lavorano nello stabilimento balneare di mio figlio”. Ci sporgiamo dal belvedere  ed anche se lontani si intuisce la squallida bruttura dell’edificio. “Gli avevo proposto un terreno in contrada” e voltandosi indica nella direzione opposta, dove oltre la valle svetta nei suoi 1500 metri il monte cucuzzo. “Ma risposto vendila” e guardandoci con un ghigno tra i denti: “trovarlo il fesso che se la compra”.Se ne va esortandoci di dividere con lui l’oro del castello se mai lo avessimo trovato. Un modo che si impoverisce si scorge nelle sue poche parole, fatto di 2 mesi l’anno di turismo cafone, chiassoso che in eredità lascia dietro di se solo cumuli di spazzatura; ed un altro di montagne e borghi abbandonati, di cultura e sapienza che scompare. Come il castello alle nostre spalle, sopravvissuto ad innumerevoli generazioni fin dal medioevo,  quel che rimane della cultura di questi luoghi presenta i buchi delle bombe, nel caso della fortezza i colpi mortali vennero inflitti  dall’esercito di napoleonico, per quelli culturali le storie ed i tempi sono diversi.

“ognuno vede la realtà a modo suo, ognuno vi aggiunge i propri ingredienti. Il che rende impossibile ricostruire il passato nella sua verità storica: tutto quello che possiamo ottenere sono varianti più o meno verosimili, più o meno rispondenti alla nostra realtà odierna. Il passato non esiste. Esistono solo le sue infinite versioni.”

Oggi io e Sylvie eravamo seduti ad un caffè di Fiumefreddo lido, parlavamo della serata trascorsa da Carmela e Renè, due amici local che abitano a pochi km sulla montagna. La loro casa è stupenda, con un gran giardino pieno zeppo di cose da mangiare, un laboratorio di ceramica ed uno per produrre saponi. Ci vivono galline, gatti, un cane schivo e migliaia di forme di vita attirate da tanta diversità, un paradiso con vista mare. Loro sono stati i fessi che hanno comprato la terra.

“T.S. Eliot ci mette in guardia contro un altro tipo di provincialismo, quello del tempo.”Nella nostra epoca,” scrive nel saggio su Virgilio del 1944,”in cui la gente tende sempre di più a confondere la saggezza con il sapere e il sapere con l’informazione, e in cui cerca di risolvere i problemi esistenziali in termini meccanicistici, nasce un nuovo tipo di provincialismo che forse merita un nome nuovo. E’ un provincialismo relativo non allo spazio bensi al tempo, che considera la storia una pura e semplice cronaca degli accorgimenti umani i quali, una volta compiuta la loro funzione, sono finiti nella spazzatura; un provincialismo secondo il quale il mondo è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato. il rischio di questo genere di provincialismo è che tutti quanti noi, popoli del pianeta, diventiamo provinciali in blocco e che a chi non è d’accordo non resti altra scelta che diventare eremita” 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...